La Mahler (1975) ritiene che nelle prime settimane di vita il neonato abbia come unica esigenza quella di mantenere un equilibrio omeostatico dell’organismo e chiama questa fase “fase dell’ autismo normale”.

Ipotizza che ci sia, da parte del bambino, un’ assenza di investimento verso gli stimoli esterni.

Questa fase corrisponde a quella del “narcisismo primario” ipotizzata da Freud, denotata dalla mancanza di consapevolezza, da parte del bambino, dell’ agente delle cure materne.

Freud (1914) ipotizzava inoltre, l’esistenza di una barriera che proteggeva il bambino dagli stimoli esterni.

Oggi, alcuni ricercatori come Sander (1975) e Stern (1985) ritengono invece che sin dai primissimi giorni il bambino ricerca e regola gli stimoli in entrata e s’ impegna attivamente nell’ interazione con la madre.

Stern (1985) avanza l’ ipotesi che il bambino possa sperimentare il processo di emergenza del Sé attraverso il senso dell’ agire e del sentire fisico.

I neonati nei periodi di sonnolenza sono poco recettivi e nei momenti di pianto sono concentrati sullo stato distonico che stanno sperimentando e sono ricettivi solo a ciò che li solleva dal dolore e dal bisogno, ma durante i periodi di veglia sono molto ricettivi agli stimoli esterni.

I neonati hanno preferenze percettive innate e molto rapidamente imparano a selezionare quello che è rilevante e ne cercano la ripetizione, formandosi degli schemi organizzati.

I cambiamenti di stato dal sonno a uno stato distonico alla veglia vigile, possono contribuire a produrre un senso di Sé emergente.

A questa costruzione contribuiscono le esperienze di cura e di interazione con la persona che accudisce il bambino.

Al di là delle controversie (Malher/ Stern) sulla passività o attività del neonato nell’ interazione con la madre, è comunque indiscutibile, alla luce degli studi della Teoria dell’ Attaccamento e sulla deprivazione infantile (studi di Spitz, 1965), l’ importanza di questa figura che svolge le funzioni di regolatore fisiologico del bambino ancora incapace di autoregolazione (studi di Hofer, 1983) e man mano che il bambino sviluppa il pensiero simbolico, il linguaggio e la consapevolezza della sua separatezza dalla madre, di regolatore psicologico.

Hofer (1983) dimostrò che la madre svolge il ruolo di regolatore esterno del comportamento del bambino e della sua fisiologia: regola il ritmo cardiaco attraverso la somministrazione di latte, il ciclo sonno-veglia, la crescita, la termoregolazione e attraverso il ninnare e la conseguente stimolazione vestibolare porta l’ attività celebrale verso il trofotropismo.

Relativamente alla regolazione fisiologica sono da sottolineare gli studi di Spitz (1965). Egli descrisse una sindrome da ospedalizzazione osservata in bambini istituzionalizzati: dal terzo mese in poi questi bambini manifestavano un’aumentata suscettibilità alle infezioni e ad altre malattie e un’elevata mortalità. Quelli che sopravvivevano erano nettamente sottopeso e ritardati sul piano dello sviluppo. Un’ altra serie di sintomi furono osservati in bambini separati dalla madre nella seconda metà del primo anno di vita e Spitz chiamò questa sindrome depressione anaclitica.

Emde (1991) analizza gli aspetti funzionali della relazione di accudimento, che hanno una base biologica ed è dotato di componenti complementari nel genitore e nel figlio (Tab. 1.1):

Tabella 1.1: Aspetti funzionali della relazione d’ accudimento

Figlio Genitore

Attaccamento Accudimento

Vigilanza Protezione

Regolazione fisiologica Responsività

Apprendimento Insegnamento

Gioco Gioco

Disciplina Disciplina

 

Il comportamento di attaccamento del bambino è complementare al comportamento di accudimento del genitore: sia figlio che genitore hanno nel loro patrimonio innato un insieme di sistemi comportamentali che mettono in atto per mantenere questa relazione di attaccamento-accudimento.

Il genitore assolve poi la funzione di protezione del bambino e il bambino deve restare vigile per sopravvivere.

La madre assolve, almeno inizialmente, anche alla regolazione fisiologica dell’infante rispondendo in maniera pronta ai segnali del bambino.

La relazione diadica svolge un ruolo importante inoltre nell’ apprendimento, nel gioco e nell’autocontrollo.

Sameroff (1991) sostiene che la relazione assolva compiti di regolazione per tutto lo sviluppo del bambino.

Lo sviluppo di ogni individuo è condizionato dalle interazioni con i sistemi di regolazione biologico e sociale

Il sistema biologico agisce soprattutto nell’embriogenesi, nella prima infanzia, in adolescenza e nella vecchiaia.

Le interazioni col sistema sociale sono di particolare importanza nell’infanzia.

Il bambino crescendo diventa sempre più capace di autoregolazione, ma per un lungo periodo è la madre che lo regola.

Esistono tre tipi di regolazioni sociali:

-macroregolazioni: ogni cultura ha un proprio codice relativo alle regole e ai tempi di svezzamento, scolarizzazione ecc.

-miniregolazioni: ogni famiglia assolve le pratiche di allevamento secondo un proprio codice familiare.

-miniregolazioni: sono le regolazioni che avvengono all’ interno della relazione madre-bambino nelle interazioni faccia a faccia, nella modulazione, nella sincronizzazione e sintonizzazione (Stern 1985) delle interazioni.

Nelle fasi di separazione-individuazione descritte dalla Mahler (1975) (descrive quattro sottofasi della separazione-individuazione che iniziano intorno ai sei mesi e si estendono fino alla fine del terzo anno e portano all’emergenza del Sé) il bambino inizia a distinguere il proprio corpo da quello della madre superando la fase della simbiosi.

La prima di queste sottofasi è la differenziazione che avviene grazie agli oggetti transizionali.

Uno dei primi psicoanalisti che ha riconosciuto la funzione essenziale di regolazione svolta dalla madre per il bambino è Winnicott.

Winnicott ha individuato l’importanza svolta dall’oggetto transizionale nel facilitare la separazione dalla madre: questi oggetti nascono “nello spazio intermedio che si crea tra l’illusione di ‘unicità’ con la madre e la consapevolezza della separatezza da lei” (Winnicot 1965).

Si è pensato che l’oggetto transizionale riducesse la tensione del bambino evocando la riunificazione con la madre. Tuttavia la sua capacità di regolare gli stati interni del bambino potrebbe dipendere anche da meccanismi sensomotori.

In ogni modo l’oggetto transizionale è interiorizzato e diventa parte della struttura psichica del bambino insieme alle sue funzioni di autoregolazione.

Renata Gaddini (1975) parla di oggetti precursori degli oggetti transizionali, i quali sono forniti dalla madre per consolare il bambino (biberon, succhiotto) oppure fanno parte del corpo del bambino (pollice, pugno, dita) o del corpo della madre ( lobi delle orecchie, capelli):

Gaddini descrive due tipi di oggetti precursori: il tipo ‘in bocca’che è presente nei primi giorni e il tipo ‘contatto epidermico/sensazione tattile’ che si sviluppa più tardi o insieme al primo tipo.

Gli oggetti precursori tattili non legati al corpo della madre possono diventare oggetti transizionali tra i quattro e i sei mesi.

Questi si basano su percezioni epidermiche sperimentate durante l’ allattamento e sono legate ad una reminescenza di queste sensazioni e forse promuovono l’ illusione della riunificazione con la madre.

Tustin (1980) ha introdotto il concetto di oggetti-sensazioni o oggetti autistici normali che corrispondono agli oggetti precursori di Gaddini R. e che vengono sperimentati come ‘me’ più che come ‘non me’.

Gli oggetti confusionali compaiono nella fase simbiotica e fanno da ponte tra gli oggetti-sensazione e gli oggetti transizionali e sono un amalgama fra elementi ‘me’ e ‘non me’.

Tustin ha scoperto come l’ uso persistente di oggetti sensazione da parte del bambino ostacola la capacità di formazione simbolica e interferisce con la creazione di un oggetto transizionale. Questo accade quando c’ è una rottura nella normale fase autistica o simbiotica che induce il bambino ad una precoce consapevolezza della sua separatezza dalla madre.

Per Tolpin (1971) l’ oggetto transizionale viene interiorizzato per entrare a far parte della struttura psichica del bambino.

La mancata interiorizzazione dell’ oggetto transizionale lascia il bambino con un difetto nella struttura che viene compensato con la dipendenza dalle funzioni di un regolatore esterno.

Ammon (1979) descrive i disturbi nella relazione precoce madre-bambino come disturbi che producono un ‘buco nell’ Io che l’ individuo tenta di colmare con un sintomo somatico, con la dipendenza da sostanze stupefacenti o da persone che funzionano come stabilizzatori psichici.

Kohut (1971) parla in maniera analoga di difetti psichici e di oggetti-Sé.

Per Kohut gli elementi costitutivi del Sé vengono acquisisti nella prima infanzia nell’ interazione con i genitori che vengono percepiti come oggetti-sé, ovvero come facenti parti del Sé e non come oggetti separati.

Il bambino cerca due tipi fondamentali di relazioni con i genitori:

– i genitori come ‘oggetti-sé rispecchianti’ che confermano il senso innato di grandezza e perfezione del bambino.

– i genitori come ‘imago parentali idealizzate’ che il bambino venera e con le quali può fondersi in un immagine di calma e onnipotenza.

Contemporaneamente allo sviluppo del pensiero simbolico e del linguaggio che avviene intorno al secondo anno di vita si ha anche la definitiva separazione-individuazione ovvero la nascita dell’identità e la consapevolezza della propria separatezza dalla madre.

Anche in questa fase le difficoltà relazionali possono avere dei risvolti dannosi per lo sviluppo.

Hanna Segal (1957) distingue tra simboli veri e propri e equazioni simboliche che vengono confuse con l’oggetto fino al punto di essere l’ oggetto. Queste ultime sono caratteristiche della fase schizoparanoide. La capacità di simbolizzazione vera e propria si sviluppa solo nella posizione depressiva quando il bambino ha cominciato a sperimentare sé stesso come separato dall’oggetto.

Quando l’ oggetto è abbandonato e la perdita è elaborata, il simbolo si installa nel mondo interno e ne diventa la rappresentazione.

Quando si trova a fronteggiare un’ angoscia intollerabile, l’ individuo può regredire a livelli primitivi di funzionamento mentale nei quali i simboli tornano ad essere equazioni simboliche e le rappresentazioni oggettuali tornano ad essere oggetti interni, in quanto il Sé è di nuovo proiettivamente identificato con l’ oggetto.

Bion (1962) descrive la madre come ‘apparato di pensiero del bambino’ in quanto svolge la funzione di contenere e trasformare e restituire al bambino in una forma più tollerabile tutte le emozioni e le sensazioni e percezioni primitive del bambino.

Sander (1991) (1) e altri autori, invece di interessarsi delle fasi dello sviluppo del Sé, hanno individuato una serie di fasi nell’evoluzione della relazione diadica:

Fase della regolazione fondamentale: nei primi due o tre mesi il sistema d’ accudimento stabilise una sincronia fra la madre e il bambino nell’organizzazione della periodicità degli stati di attività e di riposo.

Gli stati del bambino e gli interventi della madre diventano coordinati. Sander ritiene che una delle caratteristiche più specifiche di questa fase è la misura in cui il bambino viene aiutato o ostacolato nell’iniziare a determinare alcuni aspetti della propria regolazione.

L’apprendimento per tentativi ed errori della madre viene lentamente sostituito dalla capacità di riconoscere i bisogni del bambino e dalla capacità di soddisfarli.

Tale regolazione fisiologica può essere considerata il prototipo della successiva regolazione psicologica che sarà caratterizzata da sequenze coordinate di interazioni comportamentali.

Fase dello scambio reciproco: questa fase va dai tre ai sei mesi di vita. Stern (1985) e altri hanno descritto la “coordinazione” e la “reciprocità” delle interazioni madre- bambino tipiche di questa fase come una danza. Tuttavia la reciprocità e la coordinazione sono ancora apparenti dato che è in gran parte determinata dalla responsività della madre nei confronti del bambino ancora incapace di regolare il proprio comportamento per adattarsi ai cambiamenti del comportamento materno.

In questa fase è ancora la madre che costruisce un sistema organizzato di sequenze comportamentali. Il bambino, in questo momento, possiede solo degli schemi d’azione, che gli permettono di proseguire una sequenza interattiva una volta che è stata iniziata.

Sebbene questo livello più elevato di organizzazione sia ancora sotto la responsabilità materna, esso riveste grande importanza affinché il bambino divenga più attivo nella fase successiva.

Inoltre la gioia e il piacere che si stabiliscono in queste interazioni andranno a far parte della rappresentazione materna del bambino.

Fase dell’ iniziativa: dai sei ai nove mesi hanno origine gli “schemi diretti verso l’ obiettivo”: il bambino può dirigere le proprie attività ed elicitare le risposte della madre.

Il bambino prende ora l’iniziativa nei giochi che prima erano orchestrati dalla madre, può seguire e arricchire l’esempio materno, come ad esempio quando, in risposta al sorriso della madre, sorride e tende le mani verso il suo volto.

È molto evidente che in questa fase si verifica un progresso in direzione della vera reciprocità e il comportamento è diretto dalle immagini e dagli obiettivi interni.

I cambiamenti che si verificano in questa fase nel sistema diadico madre-bambino sono tali che si può parlare di relazione anziché di interazione organizzata.

Aumentano le risposte avversive nei confronti degli estranei e compaiono le emozioni quali la rabbia, la sorpresa, la paura che indicano una coordinazione fra le componenti affettive e quelle cognitive che segnano l’ inizio di un organizzazione interna dell’ esperienza.

Fase della focalizzazione: (12-14 mesi) Il ruolo sempre più attivo del bambino e la sua crescente capacità di muoversi comportano dei cambiamenti visibili nell’organizzazione del Sé.

Il bambino si allontana dalla madre, spinto dalla curiosità di esplorare l’ ambiente e la madre assume il ruolo di “base sicura”.

L’affettività, la cognizione e il comportamento sociale vengono coordinati e organizzati in riferimento alla madre.

Sander utilizza il termine focalizzazione per indicare che la madre è divenuta il centro di un mondo in espansione.

Il bambino s’ impegna a suscitare una determinata risposta nella madre e se un’iniziativa dovesse fallire, ne viene scelta un’altra.

Tutto ciò riflette chiaramente un nuovo livello di complessità e fa presagire un progresso nell’organizzazione interna.

Bowlby (1969) fa risalire l’emergere di «modelli operativi» in questo periodo. Un elemento centrale del modello operativo del mondo di ogni bambino è la conoscenza dell’identità delle sue figure di attaccamento, del luogo dove possono essere trovate e del modo in cui ci si aspetta che esse rispondano.

Il Sé emergente ha senz’altro origine in questa fase anche se il modello operativo del bambino in quest’ epoca si può meglio descrivere come un modello della relazione piuttosto che del Sé dato che in condizioni di stress il bambino ha difficoltà a mantenere un comportamento organizzato senza l’ aiuto della madre.

Fase dell’ autoaffermazione: Con la nascita del comportamento intenzionale e con la mobilità crescente (all’incirca fra i 14 e i 20 mesi) il bambino persegue in maniera più attiva i suoi obiettivi, a volte anche quando questi contrastano con i desideri della madre, dato che il piacere che deriva dalla realizzazione dei propri scopi supera quello di trovare una coordinazione con la madre.

Il bambino intraprende ora la separazione tanto fisica che psicologica dalla madre.

Queste spinte verso l’ esterno sono controbilanciate da continue offerte di condivisione con la madre.

I bambini con un attaccamento sicuro, quando muovono i primi passi, sono in grado di funzionare in maniera autonoma e si appoggiano alla madre quando le sfide sono superiori alle loro capacità.

Questo è il momento in cui emerge l’autoconsapevolezza che comprende il concetto di Sé come azione.

Dall’azione indipendente e dal perseguimento di piani interni nasce il senso di essere un attore indipendente.

Ciò comporta una ridefinizione dell’attaccamento genitore-figlio.

Nondimeno, gli attaccamenti perdurano anche quando cresce l’autonomia.

Fasi del riconoscimento e della continuità: Con l’ affermarsi del pensiero simbolico, dai 18 ai 36 mesi, il bambino passa ad un nuovo livello divenendo consapevole del fatto che la madre conosce i piani del bambino dato che vi si oppone .

Sander ritiene che questo segni l’ inizio della consapevolezza di una organizzazione interna.

Questo permette al bambino di passare a quella che Sander ha definito la “costanza del Sé”: il bambino perturba l’armonia della diade e la ristabilisce: attraverso quest’esperienza di reversibilità il bambino raggiunge un senso di costanza della relazione e del nucleo del Sé.

Parallelamente a questo sviluppo, vi è il riconoscimento di sé allo specchio, la comparsa delle affermazioni «lo faccio io» e «lo faccio da solo» e degli affetti della vergogna, dell’orgoglio, della colpa e dell’empatia.

Il bambino passa a quella che Bowlby definisce una «relazione regolata sullo scopo»: egli è in grado di riconoscere le intenzioni della madre come distinte dalle sue, e di coordinare il suo comportamento in base agli obiettivi dell’altro. Vi è coordinazione come prima, ma ora è la coordinazione di due esseri autonomi e interdipendenti, in cui ognuno riconosce l’altro.