Numerosi autori (Stern, 1985; Sander, 1987; Lichtenberg, 1989; Sroufe, 1995; Sarneroff, Emde, 1991; Ammaniti 2001) hanno evidenziato come gli scambi interattivi regolari, prevedibili e coerenti, tra la madre e il bambino, nella sequenza degli eventi quotidiani, costituiscano dei modelli di regolazione fondamentali per creare un sistema di aspettative condivise che il bambino giunge a riconoscere, ricordare e attendere.

La madre svolge un ruolo decisivo nella regolazione del Sé e dei ritmi biologici, quali i cicli di fame-sazietà e di sonno-veglia, rispondendo ai bisogni fisiologici del neonato, alimentandolo, spegnendo la luce e attenuando i rumori dell’ambiente.

I neonati hanno bisogno di questa regolazione fisiologica da parte della madre per acquisire la capacità di autoregolazione per cui il disturbo del sonno può derivare da una regolazione insufficiente o inadeguata.

Alcune pratiche quali addormentare in braccio il bambino, farlo addormentare mentre viene allattato vengono associate dal bambino al prendere sonno, ostacolando l’ acquisizione della capacità di addormentarsi da soli.

Bruni e al. (1994), in una ricerca cross-culturale, trovano che i bambini italiani, rispetto a quelli di altri paesi, richiedono maggiormente la presenza del genitore per addormentarsi e questo comportamento risulta associato ad un aumento dei risvegli notturni e della latenza di addormentamento

Le difficoltà d’addormentamento spesso si ripetono quando il bambino non riesce a riprendere sonno dopo i risvegli notturni, in occasione dei quali cerca nei caregiver le stesse attenzioni e gli stessi pattern di conforto e di rassicurazione richiesti all’inizio della notte.

Nel presente studio non è stato rilevata un’ associazione significativa tra modalità interattive utilizzate al momento dell’ addormentamento e in seguito ai risvegli notturni e disturbi del sonno.

Si è potuto osservare che, modalità più interattive vengono messe in atto dai genitori dei bambini che alla nascita presentavano delle condizioni di salute non ottimali. In questo caso sembra che i genitori siano più apprensivi nei confronti dei figli che hanno avuto dei problemi.

Relativamente alla relazione tra disturbi del sonno e allattamento materno i risultati delle ricerche sono contraddittori: alcune ricerche (Bruni e al.1994; Bruni 2000) rilevano un’associazione tra l’allattamento materno e l’aumento dei risvegli notturni a 6 e a 12 mesi: questi bambini, nel corso del secondo anno non sviluppano un ritmo sonno-veglia normale e continuano a dormire per brevi periodi con frequenti risvegli notturni e il tempo di sonno totale è minore rispetto a quelli svezzati. Secondo Bernal (1973), invece, non c’è evidenza di una correlazione tra l’alimentare il neonato quando si sveglia e i problemi di risveglio.

Alcune madri equivocano sull’ allattamento a richiesta, pensando di dover dar da mangiare al piccolo tutte le volte che piange, cosa che può succedere anche ogni 30 – 60 minuti: in questo modo lo stomaco si abitua a essere riempito frequentemente con piccole quantità di cibo, invece di aspettare due ore tra un pasto e l’altro. Questo succede più frequentemente nei bambini allattati al seno e se l’allattamento viene offerto per placare ogni disagio e diventa a tutti gli effetti un ciuccio, il bambino associa l’ alimentazione alla presenza rassicurante della mamma. Questa ricerca di cibo a scopo consolatorio può perdurare anche nel bambino più grande.

Nel nostro studio, in accordo con Bernal (1973), non e stata evidenziata un’associazione significativa tra le modalità di allattamento e disturbo del sonno, né un’ associazione tra risvegli notturni e allattamento materno.

Il cosleeping o condivisione del letto, è una pratica che viene messa in atto, nel nostro campione, dal 40% delle famiglie e questo dato risulta in accordo con altre ricerche (Richman 1981 Klackengerg 1982; Lozoff 1984) che riportano una frequenza che oscilla tra il 34 e il 40%.

Relativamente al cosleeping i risultati delle varie ricerche sono contraddittori: Lozoff, Wolf, e Davis (1984) trovano un aumento dei problemi del sonno nei bambini che condividono il letto con i genitori. Comunque, non è chiaro se sia questa la causa del problema del sonno. Harkness e Super (1995) rilevano che nei primi 6 mesi di vita, l’ adattamento fisiologico del bambino può trarre profitto dal cosleeping perché è la migliore approssimazione all’unità fisiologica prenatale e, inoltre incoraggiano, la pratica del cosleeping, specialmente nei primi mesi di vita, sostenendo che regola il ritmo respiratorio, la temperatura e il livello di arousal, riduce le apnee notturne, previene le morti in culla, migliora la qualità della relazione madre-bambino e lo sviluppo psicomotorio del bambino.