Il sonno e la nutrizione del bambino rappresentano per i genitori gli indici del suo benessere. Inoltre sono fonte di soddisfazione e di rassicurazione quando sono regolari e fonte d’ intensa preoccupazione quando insorgono dei problemi. Il disturbo del sonno nel bambino inoltre rappresenta un problema per tutta la famiglia: i risvegli notturni continui dei genitori dapprima per alimentare il bambino, poi per le coliche e in seguito perché le difficoltà di addormentamento persistono, provocano nei genitori un progressivo debito di sonno con conseguente sonnolenza diurna, irritabilità, difficoltà nel lavoro e nella gestione delle faccende quotidiane e ciò si aggiunge al cambiamento nel menagè familiare e di coppia che la nascita e la gestione del neonato comporta. Le regolazioni degli stati di sonno e di veglia nei primi tre anni di vita dipendono molto dal sistema di caregiving, in quanto le transizioni tra il sonno e la veglia dei bambini piccoli sono legati a meccanismi omeostatici fisiologici (fame, sete, temperatura, dolore, ciclo buio-luce, rumorosità), ma anche a processi emotivi, affettivi e sociali (separazione dal caregiver, riunione, conforto, rassicurazione, periodi diurni regolarmente programmati di interazione sociale).

Dal punto di vista eziologico molteplici fattori possono essere implicati nello sviluppo e nel mantenimento dei disturbi del sonno.

Nella valutazione clinico-diagnostica dei problemi del sonno nella prima infanzia, è necessario porre l’attenzione su una varietà di fattori: maturativi, bio-psico-sociali, il temperamento del bambino, fisici, psicologici, relazionali ed evolutivi.

I fattori fisici giocano senza dubbio un ruolo determinante nell’insorgenza dei problemi legati al sonno: malattie, crescita dei denti, fame, disagio fisico (temperatura o dolore), allergie, eczemi, prurito, ecc. possono ostacolare un buon sonno ( Moore e Ucko 1957; Pamelee, Stern 1972)

Un ruolo nell’ insorgenza dei problemi del sonno ce l’ hanno anche i fattori genetici: gli studi sui gemelli e sulla familiarità hanno dimostrato una forte influenza genetica nell’insonnia. Riguardo i problemi perinatali i dati della letteratura sono contrastanti sulla loro associazione con un aumento dei risvegli notturni. La prematurità e il peso alla nascita non risultano dalla maggior parte delle ricerche fattori determinanti per lo sviluppo dell’ insonnia (Bruni 2000).

Gli studi che hanno tentato di dimostrare un’associazione tra il temperamento “difficile” e i disturbi del sonno nell’infanzia hanno messo in luce risultati contrastanti: sono state riscontrate correlazioni fra caratteristiche temperamentali (bassa soglia sensoriale) e risvegli mentre la durata totale di sonno è negativamente correlata con le dimensioni temperamentali quali umore, adattabilità e ritmicità. Altri ricercatori non hanno trovato una relazione tra temperamento e disturbi del sonno. Ciò fa supporre che il temperamento del bambino, anche quando è un temperamento “difficile”, non possa essere considerato come l’unica variabile nel determinare difficoltà della regolazione e dell’organizzazione temporale del sonno (Lucarelli , Vismara 2001).

La regolazione dei cicli sonno-veglia include dimensioni del temperamento infantile quali ritmicità, regolazione di stato, attività, arousal, irritabilità, capacità di calmarsi da solo e i bambini presentano notevoli differenze individuali in risposta agli stimoli interni e ambientali (Lucarelli, Vismara 2001).

Thomas e Chess (1996) ritengono che le variabili temperamentali influenzino le percezioni, gli atteggiamenti, i sentimenti, le interpretazioni dei segnali nel bambino, contribuendo a modellare la relazione bambino-caregiver. A questo proposito parlano di “adattamento reciproco ottimale” che prevede una combinazione tra il temperamento del bambino e le aspettative, le domande e le risposte del caregiver.

I modelli transazionali e multifattoriali hanno sviluppato questo concetto per spiegare l’insorgenza di turbe e irregolarità del comportamento, tra cui i disturbi del sonno (Keener, Zeanah, Anders, 1988; Anders, Goodlin-Jones, Sadeh, 2000).

Rutter ( 1985,1987) evidenziò che alcuni bambini sono più resistenti di fronte ad eventi stressanti di altri: bambini con locus of control interno possono essere relativamente non soggetti ad eventi altamente stressanti, mentre bambini con

Locus of control esterno possono mostrare un abbassamento del funzionamento non appena il livello di stress aumenta.

Tschann, Kaiser, Chesney, Alkon, Boyce (1996) esaminarono le caratteristiche di elasticità e la vulnerabilità fra bambini prescolari che vivevano in famiglie con alti livelli di stress. I bambini in età prescolare che avevano i temperamenti più difficili e appartenevano a famiglie che stavano sperimentando interazioni stressanti dimostravano più problemi di comportamento. Gli autori osservarono che il temperamento difficile operava come un fattore di vulnerabilità.

L’ espressività delle emozioni nella famiglia è generalmente considerata una qualità positiva, ma gli autori si accorsero che questo aspetto del funzionamento familiare operava come un stressor per bambini difficili, che sperimentano l’espressione aperta di emozioni all’interno della famiglia come una iperstimolazione dando luogo a comportamento più aggressivo e rispondendo prontamente all’espressione di emozioni negative con emozioni negative simili, in un processo di contagio e di identificazione emozionale. Questi bambini possono richiedere un’ attenta regolazione all’interno delle loro famiglie affinchè possano imparare a regolare le proprie emozioni. Diversamente dai bambini con temperamento difficile, i bambini “facili” sembrano trarre profitto dall’emozione liberamente espressa all’interno delle loro famiglie. In generale, i risultati di questa ricerca indicano, che il temperamento può essere un fattore importante di protezione o di vulnerabilità nei bambini piccoli.

Fra i fattori sociali, lo stato socio-economico non sembra essere particolarmente influente e non sono state riscontrate differenze significative in relazione alla classe sociale. Relativamente all’ordine di nascita alcuni studi riportano una maggiore frequenza di insonnia nei primogeniti e nei figli unici. Nei diversi studi non sono state riscontrate differenze per sesso (Bruni 2000).

Riguardo alle condizioni socio-economiche, Choquet, Facy, Laurent, Davidson (1982), osservando un gruppo di bambini a rischio caratterizzati da risvegli soventi, sonno agitato, addormentamento difficile, problemi d’ alimentazione, mancanza di oggetto transizionale, asma, bronchiti, ricorrenti otiti, e ospedalizzazioni fra i 18 mesi e i tre anni, dedussero, che sebbene le variabili socioeconomiche abbiano un’ influenza relativa, si può supporre che, i bambini ad alto-rischio appartengono più alle famiglie di basso livello culturale o sottomesse a tempi di lavoro molto lunghi, in particolare è stata dimostrata l’influenza negativa della cronicità o della ripetizione delle vicissitudini sfavorevoli, soprattutto quelle che coinvolgono la madre nella sua relazione col bambino.

Tuttavia, l’influenza delle condizioni di vita, in generale, non devono essere sopravvalutate.

Ad influenzare il comportamento genitoriale contribuiscono anche i fattori culturali e le etnoteorie sull’ educazione e sullo sviluppo del bambino. Le caratteristiche ambientali possono incidere sulla quantità totale del sonno, gli orari per andare a letto o svegliarsi o l’età in cui il bambino deve dormire nella propria camera.

Le relazioni tra sistemi di sviluppo e ambiente possono essere comprese osservando come il bambino ha costruito la propria “nicchia di sviluppo” (Harkness, Super, 1995).

La nicchia di sviluppo è una concettualizzazione dell’ ambiente immediato del bambino composto da tre sub-sistemi: i setting fisici e sociali della vita quotidiana; i costumi e le pratiche di cura culturalmente regolate; i sistemi di credenza e le etnoteorie sul comportamento dei bambini e sullo sviluppo.

Le ricerche cross-culturali, evidenziano differenze nei setting fisici e sociali: una delle differenze culturali più evidenti riguardano la pratica di far dormire i neonati nella stanza dei genitori o in stanze separate. Un’altra differenza riguarda la concezione della regolarità dei ritmi sonno-veglia e il modo di raggiungerli: per esempio molti pediatri americani danno molta importanza alla regolarità nel momento dell’ andare a dormire ma non alla regolarità delle attività di tutta la giornata. Harkness e Super osservarono nei neonati di Cambridge uno stato più alto d’ attivazione che poteva essere dovuta ad un livello più alto di stimolazione ed interazione con le loro madri: le madri parlavano e toccavano più spesso i loro bambini. Ci sono probabilmente molti fattori che contribuiscono a questa differenza nel comportamento materno. Le madri americane seguono un modello di sviluppo precoce che ritiene che la stimolazione è un fattore importante per la crescita sociale e cognitiva rapida dei loro figli.

Una pratica che differisce molto secondo le culture è il cosleeping: il cosleeping o condivisione del letto con i genitori può essere parziale se il bambino si addormenta nel suo letto e nel corso della notte va o viene portato nel letto dei genitori o completo se si addormenta nel letto dei genitori e vi rimane per tutta la notte. E’ pratica comune dei pediatri raccomandare che il bambino dorma solo nel suo letto: questa prescrizione si fonda tuttavia più su abitudini culturali e su paure genitoriali (quali quella ad esempio di fare male al bambino durante il sonno se si dorme insieme) che non su dati scientifici. Nei secoli scorsi, il cosleeping era una normale abitudine nelle famiglie e solo dall’inizio del secolo nella società occidentale si è iniziato a separare il bambino dalla madre durante il sonno. Nella popolazione italiana tra 1 e 6 anni il cosleeping completo è praticato dal 14% delle famiglie; nella popolazione americana varia a secondo dell’etnia dal 50% della razza negra, al 21% della razza ispanica, al 10% della razza caucasica, ed è associato a basso livello socio-culturale (Bruni 2000).

I risultati delle varie ricerche sono contraddittori: Lozoff, Wolf, e Davis (1984) trovano un aumento dei problemi del sonno nei bambini che condividono il letto con i genitori. Comunque, non è chiaro è questa la causa del problema del sonno. Harkness e Super (1995) ritengono che nei primi 6 mesi di vita, l’adattamento fisiologico del bambino può trarre profitto dal cosleeping perché è la migliore approssimazione all’unità fisiologica prenatale e incoraggiano la pratica del cosleeping, specialmente nei primi mesi di vita, sostenendo che regola il ritmo respiratorio, la temperatura e il livello di arousal, riduce le apnee notturne, previene le morti in culla, migliora la qualità della relazione madre-bambino e lo sviluppo psicomotorio del bambino. L’uomo, del resto, è l’unico esempio nel mondo animale che non pratica il cosleeping nei primi mesi di vita.

Tuttavia l’evidenza che i disturbi del sonno continuano anche se è praticato il cosleeping indica che sicuramente non è il modo per risolvere i problemi del sonno.

Legate ai fattori culturali, ci sono le abitudini errate che contribuiscono all’insorgenza e/o al mantenimento di questi disturbi compromettendo una corretta igiene del sonno: la tendenza ad accorrere subito e a prendere in braccio il bambino sia all’addormentamento che durante i risvegli è associata ad un maggior numero di risvegli e alla persistenza dell’insonnia.

L’allattamento materno è associato ad un aumento dei risvegli notturni a 6 e a 12 mesi: hanno risvegli il 52% dei bambini allattati al seno contro il 20% di quelli allattati artificialmente; inoltre i risvegli notturni scompaiono più lentamente nei bambini allattati al seno che continuano a richiedere le poppate notturne. Questi bambini, nel corso del secondo anno non sviluppano un ritmo sonno-veglia (S/V) normale ma continuano a dormire per brevi periodi con frequenti risvegli notturni e il tempo di sonno totale è minore rispetto a quelli svezzati (Bruni 2000).

Alcune madri equivocano sull’allattamento a richiesta, pensando di dover dar da mangiare al piccolo tutte le volte che piange, cosa che può succedere anche ogni 30 – 60 minuti: lo stomaco si abitua a essere riempito frequentemente con piccole quantità di cibo, invece di aspettare due ore tra un pasto e l’altro durante le prime settimane di vita, e quattro ore verso i quattro mesi.

Questo succede più frequentemente negli allattati al seno, specie se l’allattamento viene offerto per placare ogni disturbo e diventa a tutti gli effetti un ciuccio. Il bambino associando l’ alimentazione alla presenza rassicurante della mamma, nei momenti di disagio, chiederà di essere nutrito.

Questa ricerca di cibo a scopo consolatorio può perdurare anche nel bambino più grande. Se l’ ultimo ricordo prima di dormire è l’ essere attaccati al seno materno, il seno o il biberon possono diventare un oggetto transizionale per il bambino e quando si risveglia, il bambino può pensare che l’ unico sistema per riprendere sonno è quello di attaccarsi alla mammella.

Un’ altra abitudine errata è quella di fornire al bambino il biberon ogni volta che si sveglia: se il bambino sa che può contare su bevande sempre pronte durante la notte, ne diventa dipendente; spesso poi le bevande proposte sono zuccherate e questo pone ulteriori problemi legati al rischio di incorrere più facilmente nelle carie dei denti anteriori.

Un altro comportamento che si osserva spesso è l’ abitudine di molte mamme di cullare il bambino per farlo addormentare: il bambino abituato a essere cullato e a prender sonno in braccio alla mamma, se si sveglia durante la notte, piange e aspetta che la madre appaia prima di riprendere a dormire. Alcuni bambini si addormentano solo in braccio o sul divano, cioè fuori dalla loro culla e non imparano ad associarla al sonno.

Il pianto al risveglio notturno è più frequente se il bambino percepisce che possa averne un tornaconto, come giocare, essere portato in giro per la casa, o essere coinvolto in qualsiasi altra cosa che prolunga il contatto coi genitori.

Anche far dormire il bambini nel lettone rinforza il problema: spesso la situazione inizia per validi motivi (per esempio, il piccolo sta male, ha la febbre, respira a fatica per via del naso chiuso): i genitori cercano di dare sollievo al bambino in questi giorni particolari, però poi il piccolo si abitua, e richiede lo stesso trattamento tutte le sere.

Queste cattive abitudini possono aumentare nel periodo dell’ansia da separazione che normalmente si manifesta tra i 6 e i 18 mesi: il timore della separazione dalla madre si accentua nel momento in cui il bambino deve andare a dormire e durante la notte e l’ ansia da separazione può diventare anche un contenuto importante dei sogni.

Un’ altra causa dei disturbi del sonno è legata all’ abitudine di alcuni genitori di controllare se il loro bambino si è bagnato o sporcato durante le ore notturne e quindi di cambiargli il pannolino: il bimbo trova confortevole questa situazione e piange tutte le volte che è bagnato. Un’ altra abitudine errata è quella di far dormire il bambino per troppe ore durante il giorno.

Ma tra i fattori che maggiormente interessano la ricerca psicologica ci sono i fattori psicologici: quando il bambino è sottoposto ad un eccessivo carico di stress, in caso di cambiamenti significativi nella sua esistenza, come per esempio l’inizio della scuola dell’infanzia, la nascita di un fratellino o di una sorellina, un trasloco, la separazione o il divorzio dei genitori,la morte di un parente stretto, ecc., in tutti questi casi è possibile che il bambino manifesti il disagio attraverso dei disturbi legati al sonno.

Ancor più interessanti per i ricercatori sono gli aspetti che riguardano la relazione diadica madre-figlio e le relazioni familiari.

Numerosi autori hanno evidenziato come gli scambi interattivi regolari, prevedibili e coerenti, tra il caregiver primario e il bambino, nella sequenza degli eventi quotidiani, costituiscono dei modelli diadici di regolazione biologica e sociale fondamentali per creare un sistema di aspettative condivise che il bambino giunge a riconoscere, ricordare e attendere, formando rappresentazioni interne delle relazioni interpersonali (Stern, 1985; Sander, 1987; Lichtenberg, 1989; Sroufe, 1995; Sarneroff, Emde, 1991; Ammaniti, 2001).

La regolazione del Sé durante l’infanzia, la regolazione dei ritmi biologici, fra cui i cicli di fame-sazietà e di sonno-veglia, vengono regolati in senso diadico attraverso il ruolo decisivo della madre: nei primi mesi di vita il caregiver che, in risposta ai bisogni fisiologici e ai desideri del neonato, lo alimenta, spegne la luce e attenua i rumori dell’ambiente, prima di metterlo a dormire, aiuta il bambino a sviluppare meccanismi autoregolativi in risposta ai suoi segnali interni biologici. I neonati hanno bisogno di questa regolazione fisiologica da parte della madre per acquisire la capacità di autoregolazione per cui il disturbo del sonno può derivare da una regolazione insufficiente o inadeguata. Gradualmente il caregiver assume il ruolo di base sicura e l’andare a dormire attiva il sistema di attaccamento, poichè tale momento rappresenta una separazione per entrambi e i risvegli notturni costituiscono un’opportunità di riunione, di conforto e di rassicurazione (Bowlby 1969; Ainsworth, 1973; Anders, Goodlin-Jones, Sadeh, 2000).

I fenomeni transizionali (Winnicott, 1965) che fanno la loro comparsa nel primo anno di vita servono al bambino per mantenere un contatto con la madre e assumono una grandissima importanza al momento di separarsi dalla madre per andare a dormire. Questi facilitano la separazione dalla madre e nascono “nello spazio intermedio che si crea tra l’illusione di ‘unicità’ con la madre e la consapevolezza della separatezza da lei” (Winnicot 1965).

Man mano che i bambini acquistano abilità cognitive e motorie più autonome, il desiderio di esplorare e di scoprire l’ambiente può provocare la difficoltà nell’andare a dormire.

Una maggiore consapevolezza di sé e della relazione con gli altri significativi e una maggiore sensibilità verso gli stimoli interni e ambientali possono provocare stati d’ansia e rendere difficile il sonno del bambino o provocare incubi che quindi vanno interpretati come conseguenza di un normale processo maturativo.

Spesso le difficoltà d’ addormentamento ed i risvegli notturni sono associati ad una errata gestione, da parte dei genitori, del momento di transizione veglia-sonno e dei risvegli.

Per i genitori non sempre è facile comprendere le vere ragioni di questi periodi transitori di problemi del sonno nel loro bambino.

Alcuni di loro possono reagire al minimo accenno di disagio del bambino fornendogli immediatamente il seno o il biberon ostacolando l’ acquisizione delle capacita di autoregolazione e fornendo un rinforzo ai risvegli.

Un genitore ansioso ipervigilante può avere difficoltà lui stesso a separarsi dal figlio, al contrario uno intrusivo può avere difficoltà ad accettare la conquista dell’ autonomia da parte del bambino e quindi ostacolare l’acquisizione della capacità di addormentarsi da solo.

Altri genitori possono non preoccuparsi del comportamento del bambino; si può trattare di depressione materna o preoccupazione per sé stessi piuttosto che per i bisogni del figlio.

Inoltre i caregiver possono differire nella loro responsività ai segnali dei bambini a causa di un disturbo affettivo o di personalità. Ad esempio, la depressione materna può compromettere la capacità del caregiver di rispondere in modo contingente, prevedibile e coerente e creare rotture e fallimenti interattivi, difficili da riparare perché è ostacolata la capacità del bambino di crearsi aspettative e fare previsioni sulla relazione. La mancanza di una responsività contingente tra il bambino e il caregiver, in particolare nel momento dell’andare a letto o nelle interazioni durante i risvegli notturni, è risultata associata ai disturbi infantili del sonno (Zuckerman, Stevenson, Baily, 1987).

Altre psicopatologie dei genitori risultano associate ai disturbi del sonno dei figli: il 38% delle madri di cattivi dormitori ha sintomi nevrotici e/o depressivi, l’85% sentimenti ambivalenti nei confronti del bambino. Inoltre nei bambini con insonnia il 100% delle madri ha un attaccamento insicuro contro il 56% dei normali.

Choquet M., Facy F., Laurent F., Davidson F. (1982) trovarono fra i fattori che determinano i disturbi del sonno nei bambini ad alto rischio alcune caratteristiche genitoriali quali problemi di salute dei genitori anteriori alla nascita del bambino, le loro esperienze familiari, gravi disturbi psicopatologici, come la depressione o disturbi mentali che hanno richiesto trattamento intensivo o ospedalizzazione.

L’ equilibrio mentale di questi genitori appare più fragile rispetto a quello dei genitori dei bambini a basso o medio rischio. Nelle storie familiari dei bambini ad alto rischio c’ è un’ alta frequenza di disturbi durante la gravidanza, di parti giudicati difficili, di stanchezza post-natale. Queste madri si descrivono come insonni, esauste, nervose, depresse e trovano faticoso accudire il bambino e le relazioni col bambino sono meno calorose. In questi bambini, a partire da 18 mesi erano più frequentemente presenti problemi del sonno, dell’appetito, della salute e del carattere.

Zuckerman e al., (1987) riportarono che la depressione materna era la psicopatologia più comune delle madri con bambini con problemi persistenti del sonno dall’età di 8 mesi fino a 3 anni.

Guedeney e Kreisler (1987) hanno riportato un’ associazione tra problemi del sonno nei primi 18 mesi di vita e eventi traumatici, depressione materna, e ansia della madre durante la gravidanza. Ulteriori studi clinici sembrano confermare che l’ansia e la depressione materna si associano a pattern disregolativi dei cicli sonno-veglia dei bambini, le cui madri non sono emotivamente disponibili e hanno rappresentazioni confuse o disinvestite del figlio.

Le madri depresse sono spesso descritte come arrabbiate, intrusive, insistenti e allo stesso tempo disimpegnate; inoltre, la madre depressa non riesce ad attendere il proprio turno nell’ interazione con il figlio ed è incapace di assecondare l’iniziativa spontanea del bambino per cui interviene ansiosamente con lui, interferendo e ostacolando l’instaurarsi di un ritmo condiviso. Quando il bambino vive ripetutamente l’esperienza soggettiva di affetti negativi e la perdita di sintonizzazione affettiva con il caregiver, nel corso dei fallimenti comunicativi con la madre depressa, cerca di combattere il caregiving insensibile attraverso modalità difensive di tipo regressivo che si possono manifestare con una ipersonnia, per mezzo della quale il bambino si “disconnette” da un ambiente frustrante e ostile. L’ipersonnia può anche manifestarsi nei bambini che hanno fatto esperienza di una perdita acuta; in questo caso il disturbo del sonno si associa a una depressione infantile e assume il significato di strategia difensiva per fronteggiare il lutto.

Altre ricerche, volte a studiare gli aspetti psicodinamici ed eziopatogenetici dei disturbi del sonno nell’infanzia, si sono focalizzate sul legame d’ attaccamento. Quando il bambino ha fame, è stanco, ha freddo, è malato, è attivato il comportamento di attaccamento, la cui funzione è la ricerca e il mantenimento della vicinanza al caregiver per trovare protezione, sicurezza e conforto in condizioni ansiogene e ritrovare l’equilibrio affettivo (Bowlby 1969; Ainsworth, 1973). Alla fine del primo anno di vita, il momento di dormire attiva il sistema d’ attaccamento, in quanto il bambino si trova in uno stato di aumentata ansia e incertezza dato che il sonno rappresenta una separazione, mentre i risvegli notturni forniscono l’occasione per riunirsi ed essere consolati. La presenza di difficoltà ad affrontare e gestire la separazione si sono dimostrati particolarmente rilevanti per spiegare la comparsa e la persistenza di un disturbo di regolazione dei cicli sonno-veglia nel bambino.

Nel loro studio, Benoit e collaboratori (1992) hanno ipotizzato che la qualità e la sensibilità delle relazioni primarie agissero come regolatori “esterni” dei ritmi e degli stati biologici, degli affetti e dei comportamenti del bambino, facilitando oppure ostacolando l’acquisizione delle sue capacità d’ autoregolazione. Dal momento che la storia relazionale d’ attaccamento del caregiver modella gli stili interattivi caregiver-bambino, uno stile di attaccamento insicuro del genitore può contribuire a sviluppare e/o mantenere specifici processi disregolativi, che possono esprimersi tramite le difficoltà di addormentamento o i risvegli notturni del bambino. Benoit nella sua ricerca trovò che tutte le madri dei bambini con problemi del sonno avevano un attaccamento insicuro nell’ Adult Attacment Interview contro il 57% delle madri del gruppo di controllo. Le madri i cui modelli operativi interni sono insicuri possono essere meno empatiche e sensibili, e avere con il figlio strategie interattive momento dell’ andare a letto del bambino. Inoltre questo tipo di caregiving provocano nel bambino il rifiuto cronico riguardo al sonno e alla separazione. Questo suggerisce che l’ attaccamento materno sicuro può avere funzione protettiva nello sviluppo di disturbi del sonno così come lo è per i problemi di comportamento e per i disturbi della crescita del figlio.

Comunque i risultati dovrebbero essere visti con cautela: l’attaccamento materno insicuro è associato ad una varietà di problemi clinici dei neonati e dei bambini, ma non ne è provato l’ effetto causale. Inoltre l’ attaccamento materno insicuro non è indicazione di psicopatologia ma soltanto un indicatore di rischio per lo sviluppo della psicopatologia infatti anche la maggioranza delle madri del gruppo di controllo aveva un’ attaccamento insicuro e quindi sicuramente altri fattori hanno contribuito allo sviluppo dei problemi del sonno nei bambini.

Benoit e al. (1992), hanno inoltre esaminato la relazione tra traumi di separazione nelle madri e i disturbi del sonno dei loro bambini. La ricerca non offre evidenze sulla relazione fra esperienze traumatiche di separazione durante l’infanzia della madre e disturbi del figlio. Tuttavia non viene misurata l’ansia di separazione del bambino. Dato che si ipotizza che l’ansia di separazione abbia un ruolo notevole nell’ insorgenza dei problemi del sonno è auspicabile che la ricerca futura chiarisca il ruolo di questo fattore.

Gli stessi autori hanno trovato alcuni fattori per l’identificazione precoce di neonati a rischio per lo sviluppo di disturbi di sonno: la rappresentazione del caregiver delle sue relazioni di attaccamento passate quando sono caratterizzate da idealizzazione, incapacità di ricordare, coinvolgimento ostile con la famiglia di origine. In conclusione le passate relazioni di attaccamento interagiscono con le caratteristiche infantili e altri fattori biologici e ambientali nell’aumentare il rischio per una varietà di problemi clinici infantili, inclusi i disturbi del sonno.

Inoltre hanno rilevato un’ associazione significativa tra disturbi di sonno nella prima infanzia e lo sviluppo successivo di problemi di comportamento e anche questa volta c’ era un’ interazione tra relazione madre-bambino (attaccamento materno insicuro) e le caratteristiche costituzionali del neonato.

Moore (1989) ha condotto una ricerca che ha permesso di ipotizzare una relazione tra l’attaccamento di tipo insicuro e i disturbi del sonno nella prima infanzia. Secondo l’autrice, un legame d’ attaccamento madre-bambino caratterizzato dall’ “inversione di ruolo” ossia dall’ assunzione della funzione di “protettore” da parte del bambino, provoca una diminuzione del tempo passato nello stadio profondo del sonno. Infatti, il bambino che ha assunto il ruolo genitoriale si percepisce responsabile della propria sopravvivenza e di quella del caregiver e sente di dover fornire protezione e sicurezza ad entrambi. Questo stadio del sonno viene eliminato perché non permette di mantenere il controllo sull’ambiente esterno e costituisce una “minaccia” al legame di attaccamento, quindi il bambino che ha il timore di non poter controllare tutti i movimenti e le azioni del caregiver resta vigile. Tale incapacità a gestire la distanza fisica tra sé e il genitore causa nel bambino, non solo una costante minaccia di perdita del caregiver, ma anche profondi sentimenti di impotenza e di intensa angoscia che sono all’origine delle alterazioni del ciclo sonno-veglia.

Dall’insieme dei risultati di queste ricerche è stato proposto un modello transazionale dello sviluppo (Sameroff, Emde, 1991; Sadeh, Anders, 1999; Anders, Goodlin-Jones, Sadeh, 2000) per spiegare le cause della comparsa e persistenza dei disturbi del sonno nella prima infanzia, in base al quale s’ ipotizza che la regolazione sonno-veglia sia mediata dall’interdipendenza tra il contesto intrinseco del bambino (stato biologico, temperamento, fattori maturativi ed evolutivi) e il contesto della relazione caregiver-bambino (personalità, psicopatologia, fantasie, rappresentazioni mentali dei genitori).