Luciana è una persona molto intelligente, comunicativa, spiritosa, con un atteggiamento da “famme-fatal” ma auto-ironico, consapevole del suo disagio ma molto spaventata, tanto che lo ha affrontato soltanto come se fosse un problema estetico. La sua paura è espressa da una frase che dice quando le chiedo perché ha aspettato così tanto a rivolgersi ad una psicologa: “e se scoprissi di essere una persona insignificante?”. Luciana comincia parlandomi dei disturbi organici che per lei costituiscono un problema estetico: la cellulite che dice di aver sempre avuto e che ha tentato di eliminare con massaggi, crema e mesoterapia. Mi parla di problemi di circolazione, estremità fredde, pressione alta, problemi di artrosi cervicale, alla mano destra e ai piedi. Poi comincia a parlare del fatto che è perennemente a dieta e combatte da tutta la vita con il peso, che alterna diete massacranti in cui perde anche venti chili in tre mesi a periodi in cui riprende totalmente i chili persi nell’arco di due, tre mesi. Mi racconta che fa delle abbuffate di dolci (anche due pacchi di merendine in dieci minuti), soprattutto di notte, durante le quali perde il controllo. Dopo dice di sentirsi molto triste e depressa e prova degli schiaccianti sensi di colpa.

La bulimia è stata affrontata soltanto facendo molte diete. Ha preso anche anoressizzanti e per un periodo ha fatto uso anche di anfetamine.

Attualmente il peso è stabile da un anno circa, è a dieta, fa molto sport, continua ad abbuffarsi due volte a settimana.

Comincio a farle delle domande per riempire la cartella clinica iniziando da quelle che hanno meno impatto emotivo. Luciana si rilassa e comincia a raccontarmi la sua storia e quella della sua famiglia.

I suoi genitori si conoscono quando lei ha 13 anni e lui 15 e si sposano dopo 10 anni di fidanzamento. La storia viene ostacolata da subito dai genitori di lui perché lei proviene da una famiglia di condizione socio-economica modesta rispetto alla loro, con idee politiche diverse. Inoltre la famiglia paterna è molto religiosa mentre quella materna no. Il padre di Luciana però si innamora di questa ragazza molto bella e corteggiata. Quando arrivano al matrimonio il loro rapporto è stato già incrinato dalle insinuazioni della famiglia del padre (in particolare la suocera) sull’interesse di tipo economico che la mamma di Luciana avrebbe avuto nei confronti del marito, al punto che tutte le decisioni di tipo economico vengono fatte dal padre con i genitori e all’oscuro della moglie.

Fra Luciana e Paola viene alimentata da subito una rivalità “affidando” Paola alla famiglia materna e Luciana a quella paterna: di Luciana veniva detto che assomigliava alla famiglia paterna e mandata in vacanza dai nonni paterni. Di Paola, che assomigliava alla famiglia materna.

Ancora oggi Luciana e la sorella si scontrano e non si condividono ma per lo più si ignorano.

Della madre Luciana dice che è sempre stata poco affettuosa che “non approva le mie scelte, è condizionante, schiacciante”.

Ricorda che le ha sempre preferito la sorella e le ha sentito dire “sono più portata per quell’altra”.

Luciana ritiene che sia stata meno amata perché era la “cocca” della famiglia paterna in particolare della nonna alla quale Luciana era molto legata. Parlando però emerge anche una forte somiglianza tra Luciana e la madre. Ipotizzo che la madre abbia visto nella figlia se stessa e l’ abbia condizionata a stare all’interno degli “schemi” molto rigidi della famiglia paterna affinché non subisse il suo stesso destino di non accettazione ed esclusione.

Il profondo dolore di Luciana provato nel non sentirsi amata dalla madre lo esprime in una frase che dice mentre mi racconta questi eventi: “ che cosa posso aver fatto di così terrificante?!”.

Del padre, Luciana dice che è soltanto apparentemente buono e remissivo, in realtà ottiene sempre quello che vuole, che è un inetto, che insulta sua madre e non la considera come persona.

Luciana nasce in casa della nonna materna a : la mamma si fa un bel viaggio di 60 km in Cinquecento, con la figlia di 2 anni e i dolori del travaglio per partorire con la mamma. Racconta di essere “nata con la camicia” ovvero con il grasso sulla pelle, ma questo è anche un modo di dire popolare usato per dire che una persona è fortunata e lei si ritiene tale. In seguito riesco a capire il significato psicologico che Luciana da a questo evento: il grasso che l’ ha protetta alla nascita e la rende ‘fortunata’ viene riprodotto ingrassando.

Durante l’ infanzia e l’ adolescenza cambia spesso casa per via del lavoro del padre, ma si adatta facilmente ai cambiamenti e fa sempre nuove amicizie. Ora pensa che questa sua infanzia abbia condizionato il suo modo di relazionarsi: non riesce ad avere amicizie durature e prova piacere nel cambiare spesso attività, conoscenze. Lo stare ferma le provoca disagio.

Della sua infanzia ricorda con piacere un periodo in cui abitava in un posto dove abitavano molti bambini. Ricorda un brutto periodo, intorno a 9 anni, in cui aveva paura del buio e voleva dormire con i suoi genitori. Racconta un episodio in cui fa la pipì a letto apposta per dormire con loro e la madre si arrabbia molto. La sua angoscia era legata al fatto che la mandavano a letto che ancora c’ era la luce del giorno. A 18 conosce Marco, un ragazzo più grande di lei, fidanzato del quale si innamora perdutamente. I genitori ostacolano molto questa storia. Questo è anche il periodo in cui si ammala di mononucleosi e di dermatite. Lei ricorda con angoscia e dolore questo periodo in cui lei aspettava che Marco lasciasse la fidanzata per lei. Questa cosa non avvenne e lei si fidanzò con l’ attuale marito, tipo completamente diverso da Marco, amatissimo dalla famiglia, e che era stato fidanzato per un breve periodo con la sorella.

A 21 anni rimane incinta ma perde il bambino, a 23 si sposa con Luciano e dopo sette anni nasce Luca. In tutto il periodo precedente e successivo alla nascita del figlio lavora in un negozio, fa delle supplenze nella scuola e studia per fare i concorsi per entrare di ruolo come insegnante. La maternità le pesa: dice che non avrebbe voluto ne sposarsi ne avere figli ma di aver ceduto alle pressioni della famiglia d’ origine in particolare della madre.

A 28 anni ha una relazione extra-coniugale che dura un mese.

Mi racconta delle sue diete massacranti accompagnate da uno stato emotivo quasi euforico, dall’inizio di due relazioni extra-coniugali, da un aumento delle interazioni sociali e delle attività fisiche. Le abbuffate notturne però non si interrompono neanche in questi momenti in cui apparentemente sta meglio. A questi periodi seguono dei periodi in cui comincia ad abbuffarsi in maniera compulsiva e riprendeva peso rapidamente. In questi periodi si sente depressa, la sua autostima, mai elevata, subisce un ulteriore picco verso il basso.

Nell’arco di tre anni racconta di aver avuto tre di questi cicli.

Durante i nostri colloqui abbiamo parlato di questi cambiamenti utilizzando una metafora, come se fossero stati dei cambi di “ vestito”. Il “vestito” come metafora del Sé risultava adatta alla personalità di Luciana che nell’estetica cerca una soluzione al suo non sentirsi accettata.

In questi anni infatti Luciana oltre a sottoporsi a diete massacranti, per vedersi più accettabile, si è sottoposta ad una rinoplastica, si è fatta il filler, si è messa l’apparecchio ortodontico, ha fatto la mesoterapia per la cellulite, fa attività sportiva continuamente e ricorre all’estetista regolarmente. In realtà nessuno di questi interventi ha cambiato il suo aspetto in maniera evidente poiché ha un viso e un fisico armonici che non lo richiedono. Lei però si vede brutta e non è mai contenta dei risultati che ottiene, non si piace e non si accetta. E’ come se guardandosi fuori vedesse quello che sua madre ha sempre visto in lei dentro: una persona da cambiare: “rompere”, “ingabbiare”, “rimodellare” ( il naso, i denti, il viso e il corpo come la sua ribellione, il suo essere decisamente fuori dagli “schemi”, in ultima analisi la sua individualità e la sua vitalità).

In questo cambiare “vestito” Luciana va alla ricerca della sua identità.

Nell’ultimo anno il suo peso è stabile anche se continua ad abbuffarsi .

Le ho chiesto a cosa attribuisce questo cambiamento: parlando è arrivata a dire che suo marito non è più indispensabile alla sua sopravvivenza psichica. Siamo ad un fase di separazione- individuazione (Malher).

Analizzando meglio le sue relazioni interpersonali si può osservare che oscilla tra l’eccessiva accondiscendenza all’eccessivo criticismo. Reagisce con aggressività a ogni evento in cui può essere messa in discussione. E’ molto esuberante e seduttiva e sta a suo agio quando può essere al centro dell’ attenzione soprattutto se ha un pubblico maschile.

Per utilizzare un linguaggio comprensibile alla fase psichica di Luciana la metafora del sintomo bulimia è stata tradotta in una metafora linguistica in cui il Sé è stato rappresentato dal “vestito”: con un “vestito sexy”= Luciana magra si muove verso sua separazione, con il “vestito a lutto”= Luciana grassa, va verso uno stato di indifferenziazione Sé Non-Sè. In questa oscillazione dalla zona borderline alla psicosi il cervello che viene coinvolto è quello rettiliano. Quando si ritorna verso uno stato borderline prevale il cervello mammaliano.

I disturbi somatici circolatori, cellulite, artrosi coinvolgono il mesoderma e sono in una fase di imbibizione e quindi leggendo la Tavola di Reckweg (utilizzo una diagnosi bio-integrata) siamo ancora una volta, come nella bulimia, nella zona borderline sia rispetto alla fase che al foglietto embrionale coinvolto. La fase borderline corrisponde al cervello mammaliano.

Luciana esprime sintomi IPER quali l’ ipertensione e l’ artrosi. Anche il suo andamento psichico è sostanzialmente di tipo IPER dovendo compensare il ‘buco’ dell’ Io con condotte compulsive che vanno dalle abbuffate, all’ esagerazione nelle attività sportive, sociali , nel sesso, nell’ uso di caffè e sigarette.

Quindi possiamo dedurre che, pur tenendo conto del fatto che vi sono degli spostamenti verso la zona psicotica il funzionamento prevalente di Luciana sia quello borderline-mammaliano-mesodermico associato ad un funzionamento IPER.

L’ obiettivo è quello di promuovere una vicariazione regressiva che induca i sintomi somatici e psichici verso la Fase Umorale e quindi verso l’ espulsione: in questa fase il corpo di Luciana smetterà di accumulare tossine e funzionerà in armonia con l’ esterno e la psiche procederà verso un funzionamento dell’ Io.

Questo caso ci mostra come parlare di corpo e psiche in maniera separata sia inadeguato: Luciana come essere unico per tutta la vita ha accumulato nella sua mente e nel suo corpo tossine= mancato rispecchiamento, schemi non suoi che le hanno impedito di avere un rapporto armonico con se stessa e l’ ambiente esterno; in uno stato in cui il Sé e il Non-Sé devono fondersi per sopravvivere non può esserci.

Per l’ aspetto strettamente strettamente psicologico, ho scelto di interpretare il suo caso utilizzando le teorie di Freud, della Klein, della Mahler e di Kohut.

Luciana è caratterizzata da un Io e da un Super-Io deboli. Utilizza come difese principali la rimozione (non riesce infatti a collegare malattie e periodi di disagio a eventi significativi), il diniego (attribuisce i cambiamenti del suo stato psichico a eventi esterni), l’ idealizzazione (dichiara che il marito è indispensabile alla sua sopravvivenza) e la scissione del Sé e dell’ oggetto: è stata utilizzata la metafora del vestito per illustrare il suo personale modo di vivere il Sé alternando momenti di depressione caratterizzati da sensi di colpa, abbassamento dell’ autostima (vissuto come il Sé buono: lei dice che quando è grassa è innocua) e momenti in cui tenta una separazione e un individuazione dall’ Oggetto-Sé, un Oggetto-Sé descritto come “shiacciante e non accettante” attraverso la magrezza, la seduttività, l’impulsività (vissuto come il Sè cattivo: magra equivale a pericolosa).

Il suo disagio si è espresso per tutta la sua adolescenza e la sua vita da adulta sia attraverso il corpo che attraverso la psiche in questa alternanza di stati alla ricerca della sua identità: quale sia la vera Luciana non è stato ancora stabilito, né l’ una, né l’ altra, un po’ l’una, un po’ l’ altra. In ultima analisi questo Sé scisso è comunque un Falso Sé (Kohut) e l’ identità di Luciana è tutta da costruire.

Per Kohut gli elementi costitutivi del Sé vengono acquisisti nella prima infanzia nell’ interazione con i genitori che vengono percepiti come oggetti-sé, ovvero come facenti parti del Sé e non come oggetti separati.

Il bambino cerca due tipi fondamentali di relazioni con i genitori:

– i genitori come ‘oggetti-sé rispecchianti’ che confermano il senso innato di grandezza e perfezione del bambino.

– i genitori come ‘imago parentali idealizzate’ che il bambino venera e con le quali può fondersi in un immagine di calma e onnipotenza.

Paradossalmente, quando la ricerca di rispecchiamento e contenimento del bambino non ha esiti positivi, la successiva spinta verso la separazione da luogo solo a un movimento verso la fusione. Più l’ individuo cerca di essere se stesso, più diventa simile al suo oggetto, perché questo è parte della struttura del Sé. Ciò spiega le oscillazioni del borderline, fra il desiderio di indipendenza e il terrificante desiderio di una vicinanza estrema e di un’ unione fantasticata.

Si può ipotizzare che la carenze di cure materne fossero già evidenti durante la Fase Orale (Freud) e che vi sia stata una fissazione nella Posizione Schizo-paranoide (Klein) in cui la scissione del Sé e dell’ oggetto in ‘Buono’ e ‘Cattivo’non sia evoluta verso la Posizione Depressiva nella quale viene riconosciuto l’ Oggetto come separato dal Sé. I suoi schiaccianti sensi di colpa dopo le abbuffate corrisponderebbero alla paura tipica della Posizione Schizo-paranoide di distruggere l’ oggetto.

Nelle fasi di separazione-individuazione descritte dalla Mahler (1975) (descrive quattro sottofasi della separazione-individuazione che iniziano intorno ai sei mesi e si estendono fino alla fine del terzo anno e portano all’emergenza del Sé) il bambino inizia a distinguere il proprio corpo da quello della madre superando la fase della simbiosi.

La prima di queste sottofasi è la differenziazione che avviene grazie agli oggetti transizionali.

Questa separazione potrebbe essere stata ostacolata dall’assenza di un Oggetto Transizionale (1965, Winnicot) che si osserva in molte bulimiche. Winnicott ha individuato l’importanza svolta dall’oggetto transizionale nel facilitare la separazione dalla madre: questi oggetti nascono “nello spazio intermedio che si crea tra l’illusione di ‘unicità’ con la madre e la consapevolezza della separatezza da lei” (Winnicot 1965).

Ammon (1979) ritiene che i disturbi in questa fase della relazione madre-bambino producano un ‘buco nell’Io’ che l’individuo tenta di colmare con un sintomo somatico, con la dipendenza da sostanze stupefacenti, da cibo o da persone che funzionano come stabilizzatori psichici.

Nel caso di Luciana è il marito che, rappresentando la madre, funziona da stabilizzatore psichico ma anche da Oggetto persecutorio che come la madre non permette la separazione e l’ i individuazione di Luciana.

Il ‘corpo grasso’ diventa un oggetto transizionale attraverso il quale mantiene il rapporto con la madre mentre il ‘corpo magro’ esprime il tentativo di separarsi.

Successivamente Luciana ha tentato e fallito nel suo tentativo di separazione in tutte le fasi descritte dalla Mahler.

Luciana crescendo mostra un carattere piuttosto vivace che contrasta con la richiesta della famiglia paterna (che è quella che regola la vita della coppia) di “stare negli schemi”. Non è escludibile che sia stata la madre ad incoraggiare l’‘assegnazione’ di Luciana alla famiglia paterna sia per difenderla dalle loro ritorsioni che lei viveva sulla sua pelle, sia per non avere di fronte a sé uno ‘specchio’.

Nella Fase genitale c’ è stato un rivolgimento verso il padre per compensare le carenze di cure materne. Dalla fissazione in questa fase deriva la sua personalità istrionica che attraverso un atteggiamento seduttivo tenta di conquistare l’attenzione degli uomini-padre.

Il padre svolge una funzione importante perché avvallando le adulazioni della figlia promuove una separazione dalla madre, ma il mancato superamento di questa fase fa si che Luciana vi rimanga fissata e non possa costruire un Vero Sé : anche oggi Luciana alterna una ‘Luciana grassa’ che utilizza per fondersi con la madre ad una ‘Luciana magra’ per essere amata dal padre e tentare la separazione.

Il ruolo del padre in questa fase è deducibile dalla sua attrazione verso un certo tipo di donna: durante un colloquio Luciana mi racconta che il padre si era infatuato di una donna che si atteggiava molto a “famme-fatal” e anche sua madre, anche se lei non la vede come una donna seduttiva si può supporre che lo sia stata almeno all’inizio della loro storia.

Un momento di crisi che Luciana racconta risale al nono anno di età: lei soffre d’ insonnia e vuole dormire con i genitori che la mandano a letto alle nove di sera: si può pensare che in quel periodo i genitori stessero stabilendo i termini della loro relazione che fino ad allora era stata regolata dalla famiglia di lui e che da quel momento in poi ognuno abbia preso la sua strada pur mantenendo un matrimonio di apparenza. Il tentativo fallito di Luciana di impedire questo fallimento matrimoniale la mette anche di fronte ad un modello di relazioni di coppia improntato sulla menzogna.

Dal punto di vista evolutivo, nella tarda adolescenza la spinta proveniente dall’esterno verso la separazione diviene irresistibile: Luciana fa un ulteriore tentativo attraverso la relazione con Marco ma fallisce: Marco non la ‘riconosce’ e non lascia per lei la fidanzata (si ripete il fallimento della fase edipica), e Luciana cede al richiamo della madre ‘scegliendo’ il fidanzato che piace alla madre.

Da lì in poi ogni relazione extra-coniugale, ogni dimagrimento è stato un tentativo di separazione e ogni igrassamento è stato un ritorno alla madre: con un “vestito sexy” vive la sua trasgressione, e cerca l’ accettazione dagli uomini-padre; con il “vestito a lutto” (realmente in questi momenti cominciava a vestirsi coprendosi dal collo alle caviglie) cerca l’ accettazione della madre e del marito. Il marito rappresenta la madre (perlomeno quella trasformata dai suoceri in una persona depressa, rigida e schiacciante) infatti viene subito accettato dalla madre. Non bisogna dimenticare che Roberta quando l’ ha scelto è andata sul sicuro scegliendo un ex della sorella-figlia amata che sta negli “schemi”. Per molto tempo ha dichiarato che suo marito è un punto fermo, che senza di lui non potrebbe vivere.

Il passaggio da “cigno” a “brutto anatroccolo” è motivato sempre da dei sensi di colpa terrificanti come se oltre al tradimento coniugale avesse compiuto un tradimento molto più grande: quello delle aspettative della madre. Non dimentichiamo che la madre ha pagato la sua bellezza con una vita di sofferenza per cui è facilmente supponibile che la madre per evitarle lo stesso destino la spinga ad essere un “brutto anatroccolo”.

Luciana stessa dice che quando è grassa si sente innocua, quando è magra si sente pericolosa.

Solo nell’ultimo anno il peso si è stabilizzato e Luciana comincia a mettere in dubbio il fatto che il marito-madre sia indispensabile alla sua sopravvivenza ma le condotte compensatorie (abbuffate di cibo, di sesso, di sport, di caffè, di sigarette, di vita sociale) fanno pensare che il ‘buco’ nell’Io (1979, Ammon) di Luciana sia ancora molto profondo e che soltanto con una costruzione dell’ identità possa essere pienato.

E’ stato ipotizzato che nelle bulimiche la difficoltà nella separazione sia presente sia nella paziente che nei genitori: le interferenze delle famiglie di origine nella vita familiare sono tali da far supporre che anche nei genitori di Luciana ci sia una difficoltà in questa fase.

Inoltre i membri della famiglia bulimica hanno un forte bisogno che chiunque li veda come “tutti buoni” e le qualità inaccettabili dei genitori vengono spesso proiettate nella bambina bulimica che diviene la depositaria di tutta la cattiveria; identificandosi inconsciamente con queste proiezioni, essa diviene la portatrice di tutta l’avidità ed impulsività della famiglia che si esprime nell’ abbuffata.

La costruzione di un’ alleanza terapeutica e di un rapporto empatico di ascolto e comprensione sono alla base di qualsiasi terapia e sono fondamentali nei casi in cui il bisogno fondamentale del paziente è quello di riconoscimento e rispecchiamento come nel caso di Luciana.

Sia per la bulimia che per il disturbo borderline vengono consigliate le terapie di tipo espressivo-supportivo e cognitivo-comportamentali per il controllo degli impulsi e delle abbuffate.

L’ obiettivo terapeutico è stato quello di costruire un’ identità per definire l’ Io e uscire dalla stallo della fase di separazione-individuazione. Parallelamente promuovere un controllo sugli impulsi permette il rafforzamento dell’ altra struttura psichica debole: il Super-Io.

Il linguaggio utilizzato durante la terapia è quello della metafora (già altrove illustrata), un linguaggio che raggiunge l’ inconscio in maniera veloce e che suscita facilmente degli insigth nelle personalità borderline che hanno difficoltà a relazionarsi secondo una comunicazione di tipo logico-oggettiva.

Per definire il Sé Luciana è stata invitata spesso ad esprimere le emozioni e i sentimenti legati ai vari vissuti affinché entrasse in contatto con questa sua dimensione interna.

Ricostruire la sua storia le ha permesso di mettere in connessione gli eventi dando loro un significato che per lei fino ad allora era oscuro: aveva fino ad allora attribuito la mancanza di rispecchiamento e accettazione della madre a qualcosa che lei aveva fatto: “cosa posso aver fatto di così terribile?!”.

Valorizzare le sue qualità di vitalità, carisma, simpatia, estroversione, autoironia ha permesso di superare la paura di scoprire di “essere una persona insignificante”.

Infine le è stato chiesto se voleva “spogliarsi da questi vestiti entrambi molto scomodi” per indossarne uno nuovo che magari utilizzasse delle parti di quelli vecchi: in questo modo ha riflettuto su quello che le piace e vuole tenere della sua personalità e partendo da questo costruirne una nuova.

Qui è sorta una resistenza espressa in questo modo: “ e se in questo modo danneggiassi chi mi sta vicino?”.

E’ facilmente comprensibile nel caso di Luciana che ha lottato per tutta la vita per separarsi da un oggetto-Sé non accettante la paura che il cambiamento porti ad una non accettazione e a una distruzione dell’ oggetto-Sé.

Il processo di individuazione richiede sempre dei cambiamenti a livello comportamentale, cognitivo e relazionale.

Il cambiamento di tipo relazionale è il più difficile ma anche il più importante se si vuole procedere ad una vera e propria e non solo apparente individuazione.

Questo è il punto sul quale la terapia psicologica si è concentrata facendo in modo che la personalità che si andava via via strutturando sperimentasse la risposta del contesto familiare, rinforzando continuamente il cambiamento e ricordando che le risposte non accettanti della famiglia erano dovute a loro problematiche non risolte. In questi casi può essere utile spiegare che il cambiamento di un membro della famiglia comporta necessariamente la ristrutturazione anche degli altri membri e che attraverso il proprio percorso il paziente fornisce anche agli altri un occasione evolutiva.

I rimedi omeopatici e floriterapici hanno avuto, all’interno della terapia psicologica, un ruolo fondamentale stimolando il processo.